Uff.
In cerca sempre di ispirazione per il NaNo2017 ho “pericolosamente” digitato su google la ricerca Omicidio mascherato da suicidio, trovando fra le prime voci una menzione di un racconto di Simenon con protagonista Maigret. Visto che – lo confesso – non avevo mai letto Simenon, ho cercato quel racconto e l’ho trovato in una raccolta di una collana “giallo junior” e già questo avrebbe dovuto insospettirmi, forse. Ho reperito il libro in biblioteca e l’ho letto in poco tempo, sono quattro racconti non molto lunghi, e ora sono depressa.
Intanto, non mi è piaciuto. E’ lento, noioso, non c’è niente che venga davvero spiegato, è tutto affidato alle “geniali intuizioni” di Maigret, e perdipiù il personaggio, almeno in questi racconti, è veramente banale, anonimo, potresti cambiargli il nome e non cambierebbe niente. Mi aspettavo una bella figura di investigatore, e sono rimasta delusa. Ma vabbè, era altro che cercavo. E non ho trovato neanche questo. Nessuna delle storie è basata sull’equivoco che avevo cercato su google. Una volta sola, all’inizio del primo racconto, in un elenco di cose legate al crimine, viene citato appunto un omicidio mascherato da suicidio, e finisce lì.
Devo riprendere la ricerca, e siamo già a metà mese, il NaNo si avvicina e io ho anche le idee molto poco chiare su cosa voglio scrivere.
Ho più o meno delineato la non originalissima coppia investigativa e il loro rapporto, ma se sono una coppia investigativa devono avere qualcosa su cui indagare… e qui salta fuori un’altra mia vecchia mania. Correva l’anno… boh? forse 2012 o 2013. Un corso di scrittura, uno dei migliori e più appaganti che io abbia frequentato, tenuto da Dario Honnorat. Dovevamo scrivere un racconto di una decina di cartelle, tema assolutamente libero, per la fine del corso. In mezzo, ovviamente c’erano gli esercizi fra una “lezione” e l’altra. Ci vedevamo una volta al mese per un weekend intensivo, cinque incontri. Dunque avevo cinque mesi per scrivere il mio racconto. Cioè, cinque… Al primo incontro avevamo detto cose generiche. Al secondo bisognava presentare l’idea di base. Al terzo la prima stesura. Al quarto la seconda stesura. Infine c’era una fase di editing col compagno di banco. Quel racconto resta una delle cose migliori che io abbia scritto negli ultimi tempi, anche se come al mio solito la seconda stesura è stata una faticaccia improba, e decisamente peggiore della prima, e l’editing finale non mi ha mai convinto, preferivo la mia versione, senza i tagli proposti dalla compagna che mi era stata assegnata (ovviamente ero andata lunga…)
Avevo la mania di voler scrivere una storia dove non succedesse niente. Cosa difficilissima e assai improbabile. Dario mi aveva saggiamente sospinto verso qualcosa di meno complicato, e alla fine era venuto fuori una specie di giallo, con un tentato delitto mascherato da incidente, in cui il potenziale assassino andava a costituirsi senza aver fatto in realtà nulla e la presunta vittima (che ovviamente non era morta) avvalorava la tesi del “è stato solo un incidente, è colpa mia” e dopo che alla fine davvero sembrava che non fosse successo nulla, tutto e niente cambiava nella vita del protagonista.
Ecco, mi servirebbe di nuovo una roba così.
Perché sinceramente non mi interessa scrivere davvero un giallo, cosa che so benissimo essere difficile, mi interessano i rapporti fra i due personaggi principali, ma se lui è un investigatore, deve avere qualcosa su cui investigare, no? E no, non possono fare altro. Perché non trovo nessun altro lavoro che permetta la stessa libertà di movimento, la stessa possibilità di far fare loro le cose più diverse, di farli infiltrare in un qualunque ambiente, di far anche correre qualche pericolo, che come è noto è sempre un ottimo modo per dare una scossa ai rapporti fra le persone.
E quindi ero giunta a una vaghissima idea da perfezionare, che contemplava la sparizione di un tizio, il suo ritrovamento morto, apparentemente suicida, ma non doveva esserlo, o almeno doveva esserci un ragionevole dubbio, in modo che le indagini andassero avanti, che succedessero cose. La polizia non si occupa di un vero suicida se non molto rapidamente. Solo che ho bisogno di una traccia da seguire, cercavo una storia con un caso anche vaghissimamente simile a cui ispirarmi per dargli un minimo di coerenza, ma niente, non la trovo.
Uff

Il NaNo2017 incombe, dicevamo, ed è ora di organizzarsi.
E fra un pensiero da mettere a fuoco e una discussione su FB sul gruppo apposito (qui) mi sono venute delle riflessioni a proposito della generalizzazione “catastrofe” del personaggio femminile.
E’ piuttosto nota la mia attuale passione per i romanzi di Alice Basso, e non è difficile immaginare che l’idea per il NaNo2017 mi sia arrivata da lì, dopo aver consumato i tre romanzi (ma quando arriva il quarto?) ed essermi dedicata a qualche banale esercizio di scrittura che non oso neppure chiamare fanfiction, tanto era un abbozzo incompiuto senza né capo né coda.
Bene, cercando appunto notizie in rete in merito al prosieguo della storia, ho trovato qua e là dei curiosi parallelismi nei commenti fra le vicende narrate dalla Basso e quelle de L’allieva di Alessia Gazzola, che a suo tempo avevo letto (solo il primo però). Oggi poi in una conversazione sul mio personaggio femminile (che fortunatamente e faticosamente sto cercando di discostare un po’ dall’essere la brutta copia di Vani Sarca) è venuta fuori anche Bridget Jones di Helen Fielding (anche quella letta anni e anni fa, anche lì solo il primo).
Ecco, no.
Bridget Jones l’ho sempre detestata, tanto. E sebbene Alice Allevi mi sia risultata più empaticamente simpatica, non sopporto molto neppure lei.
Non me ne vogliano le due autrici ma le loro personagge sono due cretine, immature, irresponsabili. Bridget Jones particolarmente. Dio quant’è fastidiosa. E se le cose vanno male, è perlopiù solo colpa loro. Quasi mi fa piacere quando gliene capita qualcuna. Ben ti sta, la prossima volta usi il cervello, visto che ce l’hai.
E come dice il proverbio Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
Vani Sarca grazie a non so quale divinità è di un’altra pasta.
Sì, ok, apparentemente pure lei appartiene al genere sfigata senza speranza, ma c’è una differenza: è una sua scelta. Detesta il 99% del resto del genere umano per scelta e non passa il tempo a piagnucolare diomio come sono sfigata ecco nessuno vuole essere mio amico. E’ un raro esempio di una solitaria che sta bene così, e che non ha bisogno di avere amici successo e vita sociale per sentirsi appagata.
Che poi sia un po’ irreale e che al momento giusto sappia trasformarsi in anima della festa o che nonostante la sua dieta assurda birra scura + patatine al formaggio abbia un’invidiabile forma fisica… eh, vabbè. E’ un romanzo.
Vani è coerente, ed è il motivo per cui l’ho amata tantissimo fin dal primo momento.
Barcolla un po’ sotto il peso di un fidanzato figo e famoso, ma regge, per fortuna.
(Ti prego, Alice Basso, non fare scherzi… non mi rovinare tutto nel quarto, eh. Ci conto!)
Scrivere una storia che abbia per protagonista una disadattata sociale che si lagna della sua condizione non mi interessa minimamente.
Voglio una personaggia come Vani, dura e pura, coerente, che se è disadattata sociale abbia un buon motivo per esserlo e che non se ne lagni.
Chissà se mi riuscirà?


Sì, manca un mese. Anzi, meno.
Ma in rete inizia a esserci un po’ di fermento, e manco a farlo apposta, ieri sera mentre me ne stavo a PortaNuova appoggiata a una colonna di marmo ad ascoltare uno sconosciuto che suonava Einaudi ho iniziato a pensare a una storia che lo riguardasse, cioè, forse non proprio lui, che non mi piaceva neppure troppo come figura, ma un tizio che in questo caso ogni giorno, puntuale, va in stazione e suona il piano. Sono rimasta affascinata dalla gente che si fermava a guardare e soprattutto spero ad ascoltare, a com’erano diversi fra loro, c’era di tutto, da quello che probabilmente in stazione ci vive alla ragazza tutta fighettina che forse ogni giorno prende il treno e va a lavorare a Milano, o fa la commessa in una di quegli improbabili negozi che ci sono in stazione (alcuni non li capisco: ok, prima di partire mi compro un libro, ha senso, ma le lavatrici? o i vestiti di lusso?). Io me ne stavo un po’ discosta, mi sembrava invadente avvicinarmi troppo, alcuni erano appoggiati al piano, ho pensato che se fossi stata io a suonare mi avrebbe dato fastidio. E avrei voluto avere il coraggio di fare un giro di domande, alla fine, e scoprire quanti avevano un’idea anche vaga di cosa stavano ascoltando. Temo nessuno.
Poi sono uscita e c’era un altro tizio, non troppo dissimile dal pianista, gli somigliava un po’ da lontano, che litigava al telefono con una donna, ad alta voce, platealmente, senza alcun pudore. Non sembrava aggressivo anche se urlava, piuttosto disperato.
Le due scene si sono in qualche modo fuse e collegate e non riesco a smettere di pensarci, di ipotizzare cose improbabili.
E siccome fra un mese inizia il NaNo e sono due anni che ci provo, con la solita storia fantasy, e non vado oltre un decimo dell’impresa, quest’anno forse è ora di cambiare completamente argomento e genere.
Vediamo se i miei pensieri prendono una qualche forma…


Da ottobre ogni primo sabato del mese saremo al Circolo dei Lettori per un appuntamento speciale di knit e letture.

Le date da qui alla fine dell’anno sono:
sabato 7 ottobre
sabato 4 novembre
sabato 2 dicembre
sempre dalle 10 alle 12.

Il primo appuntamento sarà un’occasione per raccontarci come sono trascorse le ferie, quali lavori abbiamo fatto e quali abbiamo in programma… i ferri – lo sappiamo – sono sempre in movimento!

Esaurite le quattro chiacchiere tra noi avremo il piacere di parlare di libri con gli autori di Carta e Penna e leggeremo alcuni brani dalle antologie 100 PAROLE PER RACCONTARE, che raccolgono brevi racconti presentati al concorso letterario LeggiadraMente, giunto quest’anno alla quinta edizione.

L’invito ad intervenire è esteso a tutte le persone curiose, che hanno voglia di passare un paio d’ore in compagnia delle knitters del gruppo “Libri letti ai ferri” ideato e coordinato da Margherita Bratti e con Donatella Garitta dell’Associazione Carta e Penna.

Sabato 7 ottobre in contemporanea per le vie del centro di Torino per restare in tema letterario ci sarà Portici di Carta.
Una buona occasione per fare una pausa dalla pazza folla e accomodarsi per un paio d’ore nelle bellissime sale di Palazzo Graneri in nostra compagnia!

Credo non sia normale.
Ho divorato i libri di Alice Basso, l’ultimo in particolare non l’ho mollato finché non l’ho finito, e adesso – lo ammetto, un po’ a spizzichi, non proprio interamente – me li sono riletti tutti e tre. Perché era divertente cercare le tracce di quello che è successo nelle ultime pagine, domandarsi se era l’obiettivo fin dall’inizio, e quindi se siano stati costruiti tutti e tre con attenzione… Io quando scrivo mi lascio portare dal momento. Magari parto convinta di voler fare succedere una cosa e poi boh mi viene una frase che poi mi spiace cambiare e così finisce che la storia prende una strada diversa.
Invidio chi sa pianificare.
Mi piacerebbe conoscere l’autrice per farle un sacco di domande. Per convincerla a non fare quello che sono quasi certa che farà: nel quarto (e dovrebbe essercene anche un quinto) l’azione si aprirà qualche mese dopo la fine del terzo, e su quello che è successo nell’immediato non sapremo niente, o poche cose indirette che qua e là verranno raccontate. Ne sono quasi certa, potrei scommettere che sarà così.
Perché alla fine della parte gialla della narrazione non è che me ne importi poi molto, e non ci sono neanche dei casi così memorabili (non è una critica, e ho il massimo rispetto per cui sa costruire un buon giallo. E’ difficilissimo, sperimentato sulla mia pelle). Voglio sapere come se la cavano i nostri due, perché sono meravigliosi. Lui è il mio uomo ideale. Mi infastidisce solo il fatto che fumi, per il resto me ne sono innamorata immediatamente. E lei, beh, in lei a volte un po’ mi ci vedo, anche se poi quasi mi arrabbio quando scopro che la somiglianza è solo superficiale, e soprattutto mi ha infastidito un po’ il fatto che al momento necessario diventi pressoché perfetta. Ma forse scrivere una storia incentrata su una sociopatica sfigata veramente da qualunque punto di vista non sarebbe stato di successo…

(le copertine mi sono venute in un ordine casuale. non ho voglia di ricaricarle)

E peggiorerà, sai, mio clone in miniatura? Peggiorerà e finirai per non fidarti proprio per niente e proprio di nessuno, se qualcuno non si prenderà la briga di dimostrarti, possibilmente al più presto, tipo adesso, adesso che ancora puoi impararlo, adesso che sei ancora abbastanza giovane e malleabile da imprimerlo nelle ossa, che a volte ci si può anche fidare. Che fidarsi fa bene. Che non deve necessariamente andare poi tutto a puttane.
Bisogna solo che arrivi qualcuno in tempo, o dopo sarà troppo tardi, e difficile, ed estenuante, com’è successo a me.
(…)
Già. Perché se a quindici anni sei già diffidente di tuo, e incappi pure in gente che ti frega, poi hai voglia a ritrovare la via. Ogni piccolo tradimento è una minuscola scossa tellurica che ti sospinge un po’ più lontano. Poi un giorno – per esempio il giorno dopo esserti fidata di qualcuno per la prima volta dopo un sacco di tempo, diciamo mentre aspetti l’ascensore del tuo palazzo di ritorno da una notte con questo qualcuno – ti ritrovi a guardarti indietro e a chiederti quand’è che hai cominciato a non lasciare avvicinare più nessuno e a decidere che in fondo della gente non te ne importava nulla. E, sorpresa, tutto quello che riesci a rievocare è una catena di piccoli sussulti. Nessun terremoto, nessun gigantesco fattaccio traumatico, come nei film, dove un evento cardine spiega tutta una persona. Nessun genitore andato via di casa, nessun ex marito beccato a letto con la tua migliore amica. Anzi, inezie da ragazzini, semmai. Minuzie, roba che fa quasi sorridere. Micro movimenti di distacco, di deriva continentale, che non ti hanno mai veramente fatto mancare la terra sotto i piedi, ma che millimetro dopo millimetro ti hanno impresso dentro la certezza che è meglio non appoggiarsi mai del tutto, perché il suolo non è stabile, e devi sempre essere pronta a balzare via prima che si apra la crepa. E solo ora che per una notte ti sei concessa di riposare, di abbandonarti e di allentare la tensione, solo ora che finalmente hai lasciato che qualcuno si avvicinasse e – incredibile! – non solo non sei morta, ma ti è piaciuto oltre ogni immaginazione, solo ora ti rendi conto che fino a oggi è stata una maledetta fatica.

Era fine marzo del 2001.
Vivevo per conto mio da due mesi, la casa era ancora da finire. Avevo anche un compagno, e di fatto ormai vivevamo insieme anche se non l’avevamo deciso, non ne avevamo parlato, non l’avevamo pianificato. Il colpo di fulmine migliore della mia vita, immagino. Avevo un lavoro stabile, esistevano ancora i contratti a tempo indeterminato, e io ne avevo uno.
Mi suona il telefono, era la mia amica, quella degli anni dell’università, quella molto *più* di me in ogni senso, eppure per anni ha funzionato e a lei devo un sacco di scoperte, una volta faticosamente uscita dal mio ferreo guscio in cui avevo cercato di attraversare col minor numero di danni tutta l’adolescenza.
– Ciao, senti, ma dicevi sul serio di volere un gatto? Perché sai la gatta di mia madre è di nuovo incinta e se non glieli piazzo prima che nascano non li vuole tenere.
– Certo che dicevo sul serio. Uno è mio. Quando nascono?
Nei due mesi che ci mette una gatta a fare i cuccioli io mi ero comprata “Il gatto for dummies” e mi ero preparata, avevo preso un enorme trasportino superaccessoriato, ciotole e tutto quello che può servire. Niente cuccia, non è un cane, ed è noto a tutti, perfino a me che fino a quel punto avevo avuto a malapena qualche pesce rosso e uno sfortunatissimo porcellino d’india che era vissuto solo tre settimane, che i gatti si scelgono da soli dove vogliono stare.
Il 16 giugno eravamo pronti per andare a prendere la creatura, un po’ prestino visto che secondo la mia amica erano nati il 24 aprile, ma dopo un’altra gatta aveva partorito nello stesso rifugio della prima e quindi c’era un caos di una decina di cuccioli tutti uguali e di età diverse, e comunque la vita in cascina stava diventando pericolosa.
Era un sabato, faceva caldissimo e il viaggio fino ad Alessandria troppo lungo per la mia Panda ovviamente priva di aria condizionata.
Eravamo emozionati come veri genitori.
Mi ricordo che mi sentivo una merda a scegliere un gatto e lasciare indietro gli altri, che sarebbero rimasti lì fra pericoli assortiti. Avevo la testa infarcita di “guardagli gli occhi, il naso, il pancino, il pelo, cercane uno che ti sembri sano” e poi nella pratica ero lì nella mia assurda camicetta a quadretti vichy rosa a cercare di tenere in equilibrio tutti i cuccioli che la madre della mia amica mi stava mettendo in braccio, tutti insieme.
Temo di aver scelto a caso, la prima che ho preso, o quella che non ha cercato immediatamente di scendere dilaniandomi una mano.
Eccoci, in tutto il nostro splendore:

(foto miracolosamente salvatasi da varie disgrazie informatiche nel corso degli anni)

Sai vero che ti stai ipotecando i prossimi quindici anni di vita?

Ne sono passati sedici, e tre settimane.
In mezzo, in rigoroso disordine, mi sono licenziata dal mio posto fisso prima di dare fuoco all’ufficio, abbiamo trovato un’altra gatta e l’abbiamo tenuta sperando che la convivenza funzionasse, ho avuto un negozio per sei anni, ho vissuto nelle maniere più incredibilmente caotiche, mi sono innamorata di un altro uomo a cui non interessavo, ho lasciato quello con cui vivevo, ho lavorato nei peggiori callcenter della città, ho cercato di far funzionare una relazione con il mio migliore amico, non ci sono riuscita, mi sono innamorata di nuovo della persona sbagliata che tuttavia amo con tutta me stessa e non me ne frega niente se è quello sbagliato, mi sono messa in analisi, ho imparato ad avere delle amiche femmine, ho scoperto di avere della manualità che non sapevo di avere, non ho imparato a vivere da sola ma lo faccio lo stesso da nove anni. Continuo ad odiare e desiderare allo stesso tempo il grande fiume tranquillo, la routine, una vita regolare.

In questi sedici anni e tre settimane Toni è sempre stata con me. La mia relazione affettiva più stabile, esclusi i parenti. Ma i parenti non te li scegli.
Toni con la i normale, sì, è una femmina, appunto. Si chiama così per via di un fumetto, hai presente Julia della Bonelli? Anche quella gatta è femmina, anche se è bianca e ha il pelo lungo.

Quando io e il mio compagno ci siamo lasciati per un po’ si è parlato di dividerci le gatte, una a testa, e non c’è mai stato dubbio che Toni sarebbe rimasta con me. Toni era la mia gatta, dicevano anche che ci somigliavamo. Poi per fortuna non è successo e sono rimaste entrambe. Credo che fra loro non si siano mai amate troppo, più tollerate che altro. Un paio di volte m’è toccato fare dei fotomontaggi per farle risultare insieme in una foto…

Toni dormiva con me, aveva un cuscino sul letto, di fianco al mio. Se mi svegliavo di notte tormentata da qualche ansia allungavo la mano, la appoggiavo sul suo pelo morbido e mi riaddormentavo tenendole una zampa. Funzionava.

Toni se ne è andata una settimana fa, la notte fra il 10 e l’11 luglio 2017. Era in clinica, e mi dispiace tantissimo che fosse lì da sola, anche se le ultime due notti a casa erano state un incubo, avevo il terrore che morisse di notte mentre ero da sola, andavo a controllarla diecimila volte per notte, non dormivo quasi niente e piangevo, sapendo che era il capolinea e non era giusto implorarla di restare ancora. Alla fine la fatidica decisione non l’ho dovuta prendere, ha fatto da sola. Il ricordo di quando il veterinario mi ha accompagnato a vederla, il mattino dopo, mi tormenterà ancora a lungo, lo so. Ma dovevo vederla, dovevo salutarla, farle un’ultima carezza.

Adesso io e questa piccola peste siamo rimaste da sole.

Diesel ha tredici anni, un mese e dieci giorni. E’ con me da tredici anni e dieci giorni.
Sta dimostrando una sensibilità e una capacità di capire la situazione che devo ammettere mi hanno stupito. Lei è sempre stata quella casinista incapace di stare ferma, a parte quando dorme per quindici ore di fila, ingorda e un po’ prepotente.
Ma adesso siamo sole.

Mercoledì 21 giugno 2017 l’ultimo incontro con l’autore prima dell’estate: Libri letti ai ferri incontra Paola Gamna, autrice di Salva con nome – Manualetto di scrittura di memorie familiari (edizioni Golem)

Questo manualetto, che nasce da un esperimento personale e dalle riflessioni che ne sono nate, è rivolto a chi vuole cercare nei propri ricordi il frammento che Facebook non conosce, l’unicum che non si scioglie e non si amalgama con la materia liquida in cui è immerso. Accanto alla strepitosa memoria che accatasta i dati, tutti i dati, nell’immensità del web, esiste e resiste il desiderio di una memoria selettiva che non metta tutto sullo stesso piano? Che ci restituisca un’immagine unica della nostra storia intessuta di relazione con gli altri?

Un manualetto snello e vivace per recuperare e salvare la propria memoria familiare: le ricorrenze, i traslochi, la cucina casalinga e molto altro ancora possono diventare oggetto di cronaca, interviste, pagine di diario, lettere e post… Per concedersi una pausa dall’“addiction dei social network”, trovare quiete nella scrittura privata, ricordare, superare vecchi rancori e riconciliarsi con se stessi.

Dopo un breve excursus teorico, l’autrice mette in pratica i propri suggerimenti, spunti e tecniche narrative proponendo una raccolta di storie e aneddoti legati alla figura paterna e infine… La parola (e la penna!) ai lettori, stimolati da semplici esercizi a raccontare e raccontarsi.

Paola Gamna è nata a Torino nel 1947. Sempre vissuta a Torino, ha frequentato la facoltà di Lettere negli anni Sessanta.
Ha insegnato nella scuola pubblica, collaborato alla stesura di testi per le scuole e lavorato in una grande casa editrice come redattrice di enciclopedia.
È stata dal 1993 al 1997 collaboratrice dell’Ufficio del sindaco di Torino, con il compito di rispondere alle lettere dei cittadini quando ancora non si comunicava via e-mail.
Per approfondire la conoscenza del mondo arabo si è laureata, dopo i cinquant’anni, in Comunicazione interculturale.
L’ultimo lavoro è stato, nel 2010, l’incarico di direttrice del Centro Piemontese di studi africani. Da allora lavora come volontaria in una scuola media, dove insegna l’italiano ai ragazzi stranieri.

Come sempre ci incontriamo con i nostri lavori a maglia presso VIACALIMALA via Monti 9bis Torino a partire dalle 17. Ascolteremo Paola Gamna raccontarci del suo libro e dialogheremo con lei e con le nostre memorie familiari fra un dritto e un rovescio ;) (ma può venire anche chi non ha un lavoro sui ferri!)

Libri letti ai ferri incontrano gli autori di ALIA Evo 2.0 Mercoledì 7 Giugno.

Vi aspettiamo alle ore 15,00 al Circolo dei Lettori in via Bogino 9 Torino.

Con questo incontro chiudiamo il primo ciclo di appuntamenti al Circolo di lettori, e ci rivedremo in autunno con altri scrittori.

Consolata Lanza ha scritto questa presentazione del libro :

ALIA è un’antologia di narrativa fantastica nata nel 2003 e che nel corso del tempo ha esplorato in termini sia cronologici che spaziali il vasto mondo del fantastico. È stata creata da un gruppo di appassionati lettori e scrittori di cui Massimo Citi e Silvia Treves sono l’anima, e la collaborazione di altri animosi come Massimo Soumaré e Davide Mana, traduttori rispettivamente dal giapponese e dall’inglese. Negli anni altri autori si sono affiancati al gruppo storico e indegnamente ne ho sempre fatto parte anch’io. ALIA Evo 2.0 è l’ultima versione, cui partecipano sia autori di lungo corso che nuovi interpreti, ed è pubblicata sia in versione digitale che cartacea. Dall’introduzione di Silvia Treves, curatrice insieme a Massimo Citi: “Quello che state per esplorare è il secondo Alia interamente virtuale. Alia Evo 2.0, immateriale ma densissima antologia del fantastico italiano, preceduta da Alia Evo 1.0 e da un discreto numero di Alia cartacei che hanno ospitato autori italiani, angolofoni, giapponesi, spagnoli, cinesi, di Taiwan, di Singapore… Questa antologia fantastica, però, è interamente dedicata agli autori italiani: 17 racconti che costituiscono un paesaggio ampio e variegato, di alta qualità […] Che cosa potete aspettarvi? Di tutto. La letteratura fantastica non è semplicemente genere. Anzi non è affatto un solo genere. È un mare, abbiamo scritto altrove, nel quale i racconti e le novelle si innalzano come isole, ognuna diversa e sorprendente. […] Le acque del fantastico da sempre nutrono non soltanto la fantasia dei lettori appassionati ma la letteratura tutta, che fin dalle origini nella cultura di ogni civiltà è felicemente contaminata dai miti, dalle fiabe e dalle favole, da personaggi oltre umani, da luoghi altri, lontani nello spazio e nel tempo, dalle promesse infinite dei futuri.”

Mammamia che stanchezza!
cinque giorni vissuti intensamente, al mattino in ufficio e al pomeriggio al Salone del Libro.
Mi ero ripromessa di metterci le tende in ogni caso quest’anno, in polemica con la faccenda di Milano, e poi non è stato necessario. Libri Letti ai Ferri, il gruppo di sferruzzo a cui partecipo da tempo, è stato ospitato nello stand della FMRI grazie alla collaborazione di Donatella Garitta. E così vai con un’altra edizione del Salone col pass al collo!
Avevamo preparato dei lavori da vendere a offerta e ci siamo “messe in mostra” mentre lavoravamo, scoprendo che un sacco di gente lavora a maglia. Speriamo di ritrovare molti dei contatti che abbiamo fatto in questi giorni ai nostri incontri del mercoledì!

Oggi però c’è stato finalmente un po’ di tempo per gironzolare per il Salone, che non ho mai visto tanto affollato e con un’atmosfera così festosa e positiva.
E’ stato bellissimo.
A partire dal meraviglioso logo di quest’anno, disegnato da Gipi e infatti non ho resistito alla tentazione, e dopo molti anni ho comprato anche la shopper.
Oggi ho vagato per i padiglioni e in effetti non ho comprato molto, solo una cosa per la bimba di mia cugina (ché la zia strana è deputata all’educazione non convenzionale, giochi di società, manualità e altre “stranezze”)
Si tratta di un rotolo lungo 4 metri (speriamo abbiano una parete abbastanza lunga… ) da appiccicare al muro e su cui è disegnata e raccontata una favola. I disegni si possono colorare e personalizzare. Mi è sembrata una cosa un po’ diversa dal solito, e poi la piccola Anna è una fan sfegatata di Frozen e La regina delle nevi è la versione classica da cui è tratto il film Disney.
Per la mamma (e poi lo leggerò anche io, che era un po’ che mi incuriosiva) ho preso il primo volume della saga dei Cazelet, e speriamo bene ;)
E poi mi sono segnata dei titoli che prima o poi (probabilmente in un’altra vita…) leggerò:
Natsuo Kirino Le quattro casalinghe di Tokyo (Neri Pozza)
e poi due graphic novel
Luca Vanzella, Giopota Un anno senza te (Bao)
Jiro Taniguchi La ragazza scomparsa (Coconino)
E infine siccome mi è presa la mania dell’agenda come quando avevo quindici anni e ci appiccicavo dentro di tutto, ho fatto incetta di cataloghi, cartoline promozionali e pubblicità varie con colori e immagini che mi piacevano, e ora pacioccherò, ritaglierò e appiccicherò.