Un caso speciale per la ghostwriter

La cosa divertente del toccare il fondo è che la vita va avanti. Tu prendi residenza sulle assi melmose del barile e c’è chi dice che è fantastico, che non è un problema, è un’opportunità!, perché quando tocchi il fondo non puoi che risalire, e tutte quelle puttanate lì. La verità è che il fondo del barile te lo puoi arredare, ti ci puoi appendere i tuoi quadri – di solito fotogrammi che ti ricordano di continuo i tuoi motivi di disgusto verso te stesso – e puoi, anzi devi, continuare a vivere la tua vita da lì. Non puoi fare altro.

(Prima o poi riesco a scrivere qualcosa di questo libro, la conclusione della serie dedicata a Vani Sarca. È che è difficile, un po’ per la quantità di spoiler da evitare abilmente e un po’ per gli stessi motivi per cui ho trovato difficile scrivere anche degli altri libri di Alice Basso, nonostante mi siano piaciuti moltissimo. O forse proprio per quello)

Il Salone è finito (per quest’anno), viva il Salone

Me ne tornavo a casa tranquilla e soddisfatta dopo l’ultimo giorno di Salone quando mi sono imbattuta in questo articolo sulla Stampa di oggi

ok, leggiamo questo reportage e vediamo se le mie impressioni e quelle della giornalista che firma l’articolo coincidono.

Cominciamo malissimo:

“un punto di vista diverso dal solito e che si spera possa divertire” Carlotta Castelli deve essere una di quelle persone che hanno deciso di prendere la propria disabilità in un modo originale, forse nel tentativo di accettarla, chissà. A me quel diverso dal solito già ha fatto accapponare la pelle, arrivata al punto di vista che dovrebbe divertire sono sul piede di guerra. Cosa dovrebbe esserci di divertente? Ma forse sono io che sono prevenuta, magari il suo scritto era un po’ più articolato ed è stato tagliato per esigenze editoriali. Diamole il beneficio del dubbio. Anche il titolo è discutibile, visto che si contraddice, è a misura di disabile o è una fatica? O è un titolo volutamente ambiguo per indurti a leggere tutto l’articolo?

La giornalista parte con tutto l’occorrente e va al Salone il sabato pomeriggio. In macchina. Vorrei suggerirle per l’anno prossimo di lanciarsi nell’impresa con un mezzo pubblico, così, per completezza di cronaca. Se lo avesse fatto avrebbe scoperto che da via Nizza la fermata della metropolitana non è poi così vicina all’ingresso della fiera, quella del pullman un po’ di più. In ogni caso c’è un lungo percorso attraverso il cortile del Lingotto, pavimentato in maniera approssimativa. Dopo i vari controlli gli accessi hanno due gradini (con mancorrente comodo) e il passaggio senza gradini è esattamente all’altro capo. Vabbè.

Ma c’era un’altra via! Quest’anno per la prima volta si poteva entrare anche dall’Oval, e sulla carta sembrava tutto molto comodo e lineare, e anche molto più vicino dalla fermata del pullman. Errore! Mai fidarsi di una mappa o delle indicazioni generiche del sito.

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Se ingrandite la foto leggerete il cartello che dice La piattaforma elevatrice a servizio dei binari 8 e 9 è fuori servizio. Ci scusiamo per il disagio. e poi altre indicazioni con chi prendersela per il disservizio. C’è anche un numero di telefono “in caso di necessità”. Chi risponde? Superman che arriva volando ed essendo fortissimo solleva carrozzina e disabile e la deposita gentilmente dall’altra parte del binario?

Ovviamente il passaggio, l’unico passaggio, per arrivare all’Oval passando dalla Stazione Ferroviaria è il binario 9.

C’è una scala, e sono passata da lì. Una scala dotata di mancorrente che senza nessuna plausibile ragione si interrompe a tre gradini dalla fine della salita. Avevano finito il metallo? L’architetto ha deciso che avrebbe stonato con i binari? Il tizio con l’uniforme arancione citato dal cartello sull’ascensore era imbarazzato e mortificato e molto gentile, io non ci ho neanche provato a prendermela con lui, ma mi immagino la scena con qualcuno che non aveva la possibilità di fare la scala, con una carrozzina magari di quelle elettriche e pesantissime, o anche solo un passeggino.

Ok, in qualche modo siamo dentro il Salone, da un lato o dall’altro.

Uno si immagina che l’Oval, essendo di più recente costruzione, sia anche più accessibile. Nuovo errore! Mai visto una pavimentazione in quello stato, il cortile esterno del Lingotto è liscio e accogliente, al confronto. Accuratamente ricoperto dalla diabolica moquette, è tutto un tombino, un avvallamento, un passacavi approssimativamente nascosto e per niente segnalato. Che poi accuratamente ricoperto mica tanto, io ci sono stata il giovedì pomeriggio e si stava già scollando in diversi punti, diventando così ancora più pericolosa. Paradossalmente erano in migliori condizioni i buoni vecchi padiglioni della ex fabbrica, a parte qua e là la moquette un po’ scollata, ma l’ho notata soprattutto oggi pomeriggio, ultimo giorno dopo cinque intensissimi giorni di passaggi continui.

Poi, come racconta la giornalista, molti stand, specie i più grandi (e per me meno interessanti, al Salone ci vado per i piccoli editori che fatico a trovare in libreria, per le cose curiose) sono fatti in maniera che ci si deve entrare, e quasi tutti hanno un piccolo (ma subdolo) dislivello rispetto al corridoio del padiglione, e hanno delle strettoie, delle parti inaccessibili a una carrozzina.

In definitiva, il sito del Salone proclama Al Salone non esistono barriere architettoniche ma lo scrive in fondo in fondo, un po’ nascosto, in coda a tutte le istruzioni per arrivare dalle stazioni e dall’aeroporto con qualsiasi mezzo. C’è anche una piccola svista nella distribuzione degli spazi del testo, come se quella frase fosse frutto di un copia-incolla, mettiamoci anche questo, dai. Io non capisco perché se cerchi informazioni su qualunque cosa, un museo, un hotel, di molti paesi esteri trovi in evidenza informazioni sull’accessibilità, è un vanto essere accessibili, e in Italia no. Giuro, un paio d’anni fa ho trovato un albergo in Liguria che si spacciava per accessibile e poi esaminando le foto navigabili aveva una scalinata senza mancorrente che terminava contro una porta a vetri scorrevole. E no, non c’era un altro ingresso. (se ci fosse stato, sarebbe stato probabilmente passando dallo scantinato…) Alla fine ne ho scelto uno che mi sembrava decente e poi ho telefonato e ho chiesto conferma.

Diciamo che con un po’ di impegno e se hai comunque un’accettabile livello di autonomia te la puoi cavare.

È andata anche quest’anno, l’ho girato in lungo e in largo, sono riuscita a non farmi travolgere da nessuna scolaresca, ho fatto abbastanza attenzione ai gradini, ai passacavi e alla moquette scollata. Non ho avuto bisogno del bagno, solitamente un capitolo dolentissimo, ma chissà, magari sono migliorati, diamogli il beneficio del dubbio anche qui. Ho bevuto un caffè orribile e ho strapagato una bottiglietta d’acqua. Ma è il Salone, bellezza. E lo amiamo lo stesso, e siamo pronti per l’edizione n.33, dal 14 al 18 maggio 2020.

Scelte poco felici…

Ogni tanto bisogna anche parlare dei libri che non ci sono piaciuti… Come spesso dico, non tutte le ciambelle escono col buco e anche se ho affinato abbastanza bene il mio “fiuto” e non prendo più di tanto delle fregature, ahimè capita.

Scorrendo l’elenco delle letture degli ultimi mesi (a proposito, ho scoperto qualche tempo fa Goodreads e mi ci trovo bene, anche se è in inglese. Principalmente per questo motivo non mi metto a scrivere giudizi sui libri che leggo ma mi limito alle stelline, tanto per tenere traccia della faccenda) ho trovato qualche scelta che non si è rivelata molto felice.

Non me ne vogliate, ma non amo Manzini. Adoro Schiavone come personaggio, adoro l’interpretazione di Giallini, ma niente, lo stile di Manzini proprio non mi prende. Perciò è stato un errore decidere di leggere Sangue Marcio, il primo libro pubblicato da Manzini nel 2005. Una storia inquietante che vede intrecciarsi le vite di due fratelli separati da bambini dal disgregarsi della famiglia in seguito all’arresto del padre. Trent’anni dopo, uno dei due è un giornalista, l’altro un commissario di polizia. Ma la sinistra ombra del padre continua a incombere su di loro, come una maledizione.

Ho trovato la storia confusa e difficile da seguire, certo, alla luce dell’epilogo (che ovviamente non svelerò) tutto diventa più chiaro, ma mentre uno sta leggendo il libro si domanda spesso di chi si sta parlando, chi è in scena e cosa sta succedendo…

Avevo letto con entusiasmo un libro di Valeria Corciolani che mi era piaciuto parecchio. Si intitola Acqua Passata, consigliatissimo. Ne avevo anche scritto qui. Purtroppo trovare i suoi libri non è facile, mi sono capitati perlopiù ebook per il kindle, che non ho né voglio avere, e ho finito per leggere Lacrime di coccodrillo essenzialmente perché era l’unico che ero riuscita a trovare facilmente. Ahimè. Ho cominciato ad apprezzarlo ben oltre la metà, quando finalmente sono entrata nella storia e ho cominciato a capire cosa stavo leggendo. Capitoli brevissimi con continui cambi di pdv che non aiutano a seguire il senso di ciò che si sta leggendo. Tuttavia non posso dire che non mi sia piaciuto, lo stile e l’ironia che avevo amato in Acqua Passata sono riconoscibili, ma avrei apprezzato uno stile un po’ più ordinario e ordinato di condurre la storia.

Ci sono tre amiche, Guia, Lucia e Betti che lavorano insieme come party planner. Hanno vite molto diverse, una ha una famiglia più o meno tradizionale per quanto un po’ caotica, un’altra insegue la felicità sbagliando puntualmente uomo… Una notte Betti chiama le amiche dicendo di aver ucciso il tizio con cui stava uscendo (e che le altre due disapprovavano) ma resta il fatto che il cadavere non si trova… sarà morto davvero o l’amica ha le allucinazioni? Nel giallo e nelle indagini si inserisce l’ambigua amicizia che nasce fra il commissario Lanzi, incaricato delle indagini, e Guia. Sarà solo amicizia o sarà qualcosa di più?

Quest’ultimo libro l’ho letto per pura curiosità nei confronti dell’autore, e a causa di una mia personale mania sono andata a cercare il primo della serie, non avrei sopportato di leggere quello che era appena uscito, e che era se non ricordo male il settimo dello stesso filone. Ecco, quindi magari ha corretto il tiro. Perché giuro la storia mi è piaciuta, era intrigante e per niente banale la soluzione. Però per la miseria non mi puoi ambientare un libro in una grande città, scrivere un giallo, quindi non una storia intimista, chiusa in un piccolo spazio, e non dare un solo cognome ai tuoi personaggi. Cioè, solo il commissario e il suo vice hanno un nome e un cognome, tutti gli altri solo il nome. Non ha nessun senso! Come fa ad essere credibile una scena in cui il suddetto commissario arriva nel cortile del pronto soccorso di un ospedale enorme, vede un tizio (che non conosce ancora) in un angolo, gli si avvicina e gli dice “Salve, lei è Andrea, vero? Buongiorno, noi ci stiamo occupando della morte di Elena, dovremmo farle qualche domanda”? Avrei smesso più o meno qui, ma ero come al solito curiosa di sapere chi l’aveva uccisa, questa mia omonima di carta, e il libro era molto breve… Tutto così, coi poliziotti che parlano fra loro del caso indicando tutti per nome. Chissà, magari gli do un’altra chance e ne leggo uno più avanti, a vedere se si è accorto di questa assurdità…

23 aprile: Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore

Per celebrare questa giornata la Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco ha stilato un elenco di libri ambientati nelle 20 regioni italiane: due libri per ciascuna regione con l’intento di legare la narrativa al territorio e stimolare l’interesse dei lettori. 

Confesserò subito che dei due libri scelti per il Piemonte ho letto solo il primo, ma non – come moltissimi – a scuola. O meglio, sicuramente era fra le letture consigliate, o magari anche imposte, ma da ragazzina coi libri di guerra non ci andavo d’accordo. Troppa azione, pochi sentimenti, e nessuna protagonista femminile più o meno memorabile (devo dire che questa faccenda del personaggio femminile mi è rimasta, fatico tantissimo a leggere una storia priva di donne). Quindi sicuramente avevo scelto altro (solitamente la nostra insegnante dava un’alternativa, o ci segnalava un gruppo di libri fra cui dovevamo leggerne almeno uno) o mi ero aggiustata con qualche bignami… Anni dopo ho letto Pavese per libera scelta e con soddisfazione.

Vediamo come sono messa con gli altri libri… uhm… sono quasi tutti uno “d’epoca” o “da letture scolastiche” e uno più contemporaneo. Ho letto quasi tutti quelli del primo gruppo e solo cinque o sei del secondo. È curioso che per alcune regioni ci siano due libri contemporanei, come se non ne esistessero altri, mentre il contrario accade solo per il Friuli.

Ok, ora sono curiosa di scoprire qualcosa di più su questo “Mandami tanta vita”. Vado a informarmi.

Mancano dieci giorni…

Tra dieci giorni esce il nuovo libro di Alice Basso, ahimè l’ultimo della serie di Vani Sarca. Qui a fianco, la terribile copertina. Non mi sono mai piaciute le immagini in copertina degli altri libri, ma questa le batte tutte. Cos’è ‘sto verdino tiffany, tutti ‘sti colori pure vivaci! La poltrona giallo sole fa male agli occhi… meno male che il mio ereader non è a colori! :D Le altre almeno erano su toni scuri, questa non c’entra assolutamente niente. Almeno, lo spero che non c’entri niente… È che in generale detesto le copertine con delle persone riconoscibili. Di solito questo succede quando dal libro è stato tratto un film, e in copertina pensano bene di mettere un fotogramma o la locandina. Ed è una roba che odio, e se posso cerco un’edizione precedente alla realizzazione del film, così c’è la copertina originale. Ma qui non ci sono film in ballo, Alice ha raccontato che se ne è parlato ma poi il progetto non è andato in porto. Quindi, niente film e niente serie televisive. E allora chi è ‘sta tipa? E quelle delle altre copertine? Nessuna di loro è neanche lontanamente somigliante alla descrizione di Vani. Fateci caso, è rarissimo che in copertina ci sia una foto, e nella foto ci sia un viso riconoscibile. Ci sono disegni, elaborazioni grafiche, se proprio c’è qualcosa di così netto le persone sono di spalle, o troppo piccole per essere riconoscibili, o hanno dei grandi cappelli che nascondono i lineamenti…

Un po’ per l’imminente uscita, e un po’ per motivi del tutto indipendenti, è finita che mi sono messa a rileggere gli altri, e sono giusto giusto a metà del quarto, quindi finirò in tempo per attaccare il nuovo arrivato rispettando perfettamente la timeline della narrazione visto che questa volta non ho dubbi sul fatto che inizierà esattamente da dove è finito il precedente, o al massimo da qualche ora dopo…

Fiori sopra l’inferno

Qualche giorno fa ho visto una pubblicità di un qualche concorso letterario che utilizzava come “incoraggiamento” il fatto che lo scorso anno fosse stato vinto da Ilaria Tuti che poi ha pubblicato con Longanesi e avuto un certo successo, e così mi sono ricordata di averlo letto, quest’estate, e anche che mi era piaciuto parecchio. Lo so, non suona benissimo come inizio, ma ho letto davvero un mucchio di cose mentre avevo la mano ingessata e potevo fare poco altro, e lo ammetto, alcune letture sono state disordinate, o particolarmente bulimiche.

Dopo le prime pagine ero indecisa se andare avanti perché le atmosfere erano davvero molto cupe e mi stava facendo un po’ paura… sono una fifona, leggo un sacco di gialli e qualche thriller ma guardo L’ispettore Rex col volume basso e i sottotitoli alla pagina 777 per non fare salti sulla poltrona quando sparano o esplode qualcosa… però sono andata avanti perché ormai la storia mi aveva preso, e anche la protagonista, il commissario Teresa Battaglia, una donna molto “vera”, non la solita improbabile poliziotta che più che altro sembra una modella, ma una donna non più giovane, non eccessivamente in forma fisica, con un carattere spigoloso e difficile, bravissima nel suo lavoro ma decisamente temuta e poco amata dai colleghi. Per questa indagine le viene affiancato un giovane ispettore che è quasi il suo opposto, giovane, belloccio, intelligente e preparato ma che un po’ per sfiga e un po’ perché sente come una punizione essere finito in un posto come Travenì quasi ai confini del mondo, non ne azzecca una, collezionando una serie infinita di gaffes. Teresa Battaglia nasconde un terribile segreto (all’inizio ho anche pensato che fosse l’assassina…) e Marini lo intuisce, e cerca di capire, instaurando uno strano rapporto con il suo superiore. Vedremo dove andrà a finire questa sottotrama, visto che è previsto un nuovo capitolo dal titolo Ninfa Dormiente, che dovrebbe uscire a breve.

A Travenì, un paesino in alta montagna ai confini con l’Austria, viene ritrovato un cadavere, appartenente a uno dei (pochi) abitanti. La scena del delitto è particolare, una raffinata messa in scena che fa pensare a una mente criminale particolare e pericolosa. Il commissario Battaglia deve scontrarsi con la mentalità chiusa del paese, con gli abitanti che si proteggono uno con l’altro, e cercare di trovare il colpevole, prima che succeda qualche altra disgrazia. Perché lei è certa che non sia finita con la morte del povero Roberto Valent… E a tutto questo si intreccia in maniera sempre più stretta una storia del passato, un orfanotrofio le cui rovine incombono sul paese e in cui si dice siano accadute cose terribili…

uno scialle personalizzato

Nella foto, un particolare della parte traforata di Hachi’s shawl… sì, hachi come il mio nick.

È successo che un po’ di tempo fa la mia amica Elena Grecchi mi ha tempestato di domande su come fosse il mio scialle ideale, forma, dimensione, spessore, colori preferiti… e poi s’è messa all’opera. Io non ne ho più saputo nulla fin quando non ho scartato il pacchetto… ovviamente l’effetto sorpresa con tutte quelle domande s’era un po’ perso, ma pazienza! Un pacchetto fatto per bene, come quelli che spedisce alle sue clienti del negozio Etsy, con tanto di cartoncino di ringraziamento e di omaggio! E dentro c’era questa meraviglia:

È così grande che non riesco a tenerlo tutto aperto! Ed è morbidissimo, leggero e caldo. Il filato è Kulau di Bilum Hand Dyed Yarns.

Presto lo troverete nello shop Etsy già pronto in qualche altra variante di colore o fra i modelli di Ravelry se preferite mettervi all’opera e farlo con le vostre mani.

Maurizio De Giovanni, Sara al tramonto, Rizzoli

È uscito da pochissimi giorni Le parole di Sara, il seguito di Sara al tramonto che ho letto quest’estate. Ahimè ci sono ancora molti libri che ho letto quest’estate quando avevo la mano ingessata e di cui non ho scritto nulla. Non credo riuscirò a recuperare tutto l’arretrato, visto che nel frattempo continuo a leggere (o rileggere) ma ci provo.

Ero diffidente, lo ammetto. Maurizio De Giovanni è noto al grande pubblico per I bastardi di Pizzofalcone e benché io legga volentieri gialli e noir, boh, no. Sarà che i film o le serie tratte dai libri sono quasi sempre peggio del libro da cui partono, sarà che diffido delle cose di troppo successo… Poi come a volte succede, ho letto qualche recensione che ne parlava, sono stata attirata da una protagonista femminile e ho vinto le mie resistenze assurde (e l’ancor più assurda ostilità che ho per il nome Sara) e mi sono tuffata nella lettura.

Mi sono innamorata in poche pagine di questa donna al tramonto (si fa per dire, per fortuna!) in pensione, vedova da poco e colpita anche dal lutto per la morte dell’unico figlio, da cui però s’era allontanata quando era ancora bambino, e mai riavvicinata. Ancor giovane, ma messa in congedo da un lavoro misterioso, difficile e pericoloso – la donna ha infatti dedicato l’intera esistenza ai Servizi – lascia che le nuove vuote giornate le scivolino addosso cercando di opporvi la minor resistenza possibile. Ma secondo il più trito dei cliché da certi lavori non si può davvero andare in pensione, e Sara si trova coinvolta in una indagine particolare, un caso di omicidio già chiuso, con una colpevole che forse non è colpevole, e che dal carcere riesce a instillare il seme del dubbio per cercare di salvare la propria figlia bambina, affidata agli zii. Nell’indagine la affiancano un ispettore piuttosto assurdo, in lutto per la fine del proprio matrimonio e vessato da un enorme cane (adottato come estremo regalo per recuperare il rapporto con la moglie, bel tentativo, ma fallito) che non gli dà retta neanche per sbaglio e che invece ubbidisce ciecamente ad un semplice cenno di Sara, e una ragazza giunta quasi al termine della gravidanza. La ragazza, Viola, è la compagna del figlio ormai morto di Sara. Il bizzarro terzetto porta a termine l’indagine fra una scena malinconica e un siparietto comico, i rapporti si cementano e in effetti non era difficile immaginare che ci sarebbe stato un secondo capitolo.

L’unica cosa che non mi è piaciuta, o meglio che ho trovato molto poco credibile in una storia assolutamente realistica, è questa faccenda dei Servizi. La protagonista lavorava in una sorta di servizi segreti probabilmente deviatissimi, la cui potenza e il cui grado di infiltrazione a qualunque livello mi sembra davvero assurdo. Entrata giovanissima in questa realtà grazie alla sua capacità fuori dal comune di leggere le labbra a grande distanza e di essere capace di rendersi pressoché invisibile in qualunque situazione, Sara si è innamorata – ricambiata – del grande capo e per lui ha lasciato il marito e il figlio piccolo, e non è mai tornata indietro. Alla morte del compagno si è ritrovata con una enorme quantità di dossier che riguardano praticamente tutti i misteri irrisolti della storia italiana e anche questo mi pare veramente assurdo. Posto anche che davvero ci sia qualcuno che conosce queste cose, non credo proprio che ci siano decine e decine di cartellette ordinate in cui viene spiegato tutto, e tanto meno che questo materiale possa essere stato fatto uscire dagli uffici e possa trovarsi nell’abitazione privata di qualcuno… Sara ovviamente decide di non aprire nessuno di quei documenti, ma li conserva.

Non so, quando leggo una storia plausibile e poi ci trovo una cosa così mi sento un po’ ingannata, come se l’autore avesse abusato della fiducia che i lettori gli hanno accordato.

Come si cambia…

Da quando Diesel ha dei problemi di vista (in questa foto gli occhi le sono venuti particolarmente strani… comunque ha le pupille molto grandi, come se fosse sempre al semibuio, e un po’ troppo opache) è passato un mese. Dopo i primi giorni di smarrimento (di entrambe) lei si è adattata alla grande, così tanto che mi viene quasi da dubitare che davvero non ci veda, ma siamo state dalla vet specialista in oculistica e ha diagnosticato il distacco della retina dovuto alla pressione alta e la perdita totale di un occhio e un piccolo residuo di vista conservato dall’altro. Prende delle pastiglie che dovrebbero scongiurare altri sbalzi di pressione, e per fortuna le prende senza fare storie.

La cosa singolare (o forse non poi tanto) è quanto è cambiata di carattere, e di come è cambiato il nostro rapporto. Diesel è sempre stata una gatta stranina, si è sempre fatta i cavoli suoi, non dormiva nel letto se non in rare occasioni, e quelle poche volte stava in un angolo sui piedi, di giorno si cercava un posto tranquillo ed ero abituata a non vederla se non un paio d’ore al massimo, di sera. Adesso se sono in casa lei è letteralmente fra i miei piedi, preferibilmente sotto la scrivania. A dormire di più con me aveva già imparato un po’ di più, da quando siamo rimaste da sole, ma ora mi dorme appiccicata addosso (sarà divertente quest’estate…) e sono un paio di giorni che mi sveglio con lei avvinghiata a una mia mano, che è ormai piena di graffi (che bruciano maledettamente quando lavo i piatti o uso qualsiasi tipo di sapone). Non graffiava neanche da piccola… Tonina sì, era terribile, mi ricordo sempre che il veterinario quando mi vide per il richiamo dei vaccini mi disse che dovevo assolutamente scoraggiarla dal comportarsi così, altrimenti avrebbe graffiato (erano in verità più morsi che graffi) per tutta la vita, e io mi domandavo come avrei dovuto fare a convincerla… ma funzionò. Che poi non sono graffi “cattivi”, è solo che mi appoggia le zampe sulla mano, e ha sempre avuto gli artiglietti molto affilati, e io la pelle delicata. Basta poco perché lasci il segno.

Anche adesso, io mi faccio un sacco di problemi, mi chiedo come fare a “spiegarle” le cose, come fare ad aiutarla quando la vedo in difficoltà, eppure sono poco meno di quindici anni che viviamo insieme (li festeggeremo, spero, ai primi di giugno), e di solito lei mi capisce molto meglio del previsto, e comunque se la sa cavare. Ha una capacità di adattamento e di compensazione pazzesca, dopo pochi giorni ho cominciato a vederla muoversi con sempre maggiore disinvoltura, e oggi l’ho trovata sopra al tavolo di cucina. Non ci saliva da anni, così come non faceva salti impegnativi da molto tempo. Lì per lì mi sono chiesta se ci era salita apposta o se si era “persa”, se dovevo aiutarla. Beh, l’ho lasciata fare, ed è scesa, quando ha deciso di farlo, senza far cadere niente, così come non aveva fatto pasticci quando in mia assenza ci era salita. Incredibile.

Adesso ronfa beata nello stesso posto della foto, quindi praticamente fra i miei piedi, e io non oso muovermi per non disturbarla…

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