4/5 giugno 2004 Era una notte buia e tempestosa…

In effetti no, il meteo era normale, credo, non ricordo nulla di eccezionale in nessun senso. Era una serata quasi estiva e io e Alessio stavamo tornando a casa dopo aver perso l’ultimo pullman, come al solito. Sì, in effetti erano tre fermate, ma se facevamo a tempo lo prendevamo per pigrizia. Eravamo stati a giocare in un locale che non esiste più e che per un po’ è stata la nostra seconda casa, gestito da un tizio bizzarro e dal suo gatto senza un occhio.
Arrivati a due isolati dalla meta notiamo un tizio che agita una lattina di birra e miagola sgraziatamente. Suppongo che la lattina fosse ormai vuota, e che non fosse affatto la prima… Ci avviciniamo, dovevamo passare oltre, e il tizio ci ferma spiegandoci che c’è un gattino che si è nascosto sotto la macchina e sta cercando di prenderlo ma non ci riesce. Beh, in effetti, se il sistema è quello, lo credo che non gli riesce. Ci fermiamo, lo zittiamo e ascoltiamo.
Si sente un miagolio da cucciolo provenire dall’auto. Continue reading

Un altro personaggio notevolissimo

Sono indietro, ho da postare le mie impressioni di lettura di un po’ di cose ma… boh, in questi giorni mi sembra di non avere mai abbastanza tempo.
Prevedibilmente, sono uscita dal Salone leggermente ubriaca per tutti quei libri che non avrò mai abbastanza tempo per leggere, e questo mi ha mandato un po’ in crisi. Tutto normale, passerà.

Ma intanto per uno di quei miei percorsi strani sto leggendo questo libro

Valeria Corciolani - Acqua Passata
Valeria Corciolani – Acqua Passata

e sono di nuovo innamorata.

«Non credo al destino e neppure al caso. Ma ieri ci siamo incontr…»
«Un imprevisto» lascia cadere con la sua voce piena che riempie i vuoti.
«Come, scusa?»
«Un imprevisto. L’averti incontrato è stato un imprevisto.» Alma lo guarda con quei suoi occhi ambrati, che scavano senza averne l’aria. «La mia vita era liscia, impostata con la meticolosa attenzione di chi vuole ridurre al minimo le variabili della sorte. E invece sbam!, ti svegli una mattina e tutto rotola, facendoti precipitare sulla casella dell’imprevisto. Non ho ancora capito se la carta che ho pescato è vantaggiosa o meno, ma mi sei capitato e, nonostante ci abbia provato in tutti i modi, sembra sia impossibile rimetterti nel mazzo e far finta di nulla. Quindi…» Fa una piccola smorfia e riprende a camminare.
«Perciò sarei un tuo imprevisto» ripete Rosset, leggermente perplesso. «E non ti pare una roba strana da dire?»
Alma si volta e lo fissa seria.
«Siamo stati tutti l’imprevisto di qualcun altro.»
Jules resta un attimo appeso a quella frase, che gli pare bordeggiare fra l’emozione di un regalo e la sciagura di una catastrofe, poi scrolla le spalle e allunga il passo per affiancare Alma.

Alma sbuffa ancora. Già, le pesa ammetterlo, ma è vero: si è sentita lusingata, apprezzata, importante. Unica. Quel rude, antipatico, molesto ispettore l’ha fatta sentire speciale e indispensabile. L’ha scrollata dalla sua quotidiana apatia e per due giorni le ha sconquassato l’esistenza costringendola a tirarsi fuori dal buco, dove si era rintanata per non essere trovata dalla vita. Per paura di cosa? È sopravvissuta al terremoto della fuga di Enrico, alla deflagrazione del suo mondo di prima, a quattro figli e una suocera da mantenere e ha paura di cosa potrebbe succedere adesso? Ma guarda te se ci voleva uno sconosciuto a sbatterle davanti al naso l’evidenza: lei non è solo una moglie abbandonata, una madre trafelata, una nuora esasperata e una colf invisibile infagottata in maglioni larghi e giacconi informi per l’assurda convinzione che fuggire agli sguardi è uguale a non esistere. Lei è Alma Boero Kouyatè. Una donna di quarant’anni con un buon cervello, un aspetto decoroso e a Dio piacendo ancora mezza vita davanti. Fa un piccolo sospiro, è l’aver scoperto di esser viva grazie a una morta che le dà fastidio.

Un giorno, tutto questo… #salto18

SalTo18

Correva l’anno 1988 e il 18 maggio a Torino Esposizioni aprì il primo Salone del Libro di Torino.
Ci lavoravano da anni Angelo Pezzana e Guido Accornero e s’erano presi insulti e sberleffi un po’ da tutte le parti. Invece, centomila visitatori e 553 espositori, niente male come prima edizione ;) SalTo prima edizione
Io avevo… vabbè, diciamolo, avevo sedici anni ed ero un’adolescente disadattata solitaria e gran lettrice.
Sinceramente non posso giurare di esserci andata, a quella prima edizione. Non lo ricordo, e me ne dispiace. Il trasloco al LingottoFiere è del 1992, e io sono assolutamente certa di essere andata più di una volta a Torino Esposizioni, quindi se non proprio alla prima, alla seconda di sicuro sì.
In seguito, ci sono andata quasi sempre, potrei aver saltato un paio d’anni. Insomma, in tutto ho idea di aver visto almeno 26 o 27 delle 31 edizioni fatte finora. La maggior parte per conto mio, forse una o due con la scuola, molte dall’altra parte del bancone, diciamo così. Ho aiutato amici che avevano lo stand, ne ho fatta una da espositore quando avevo la libreria e venne deciso che TorinoComics sarebbe stata una costola del Salone (il matrimonio durò un solo anno, ma fu mitico), diverse come “addetto ai lavori” quando lavoravo per un giornale politico, e poi in biblioteca, o comunque come libraio non espositore.
Avevo una passione per l’orario serale, abolito da un paio d’anni, e per il lunedì, giorno tradizionalmente un po’ più tranquillo e reso interessante da qualche sconto dell’ultimo momento. Spesso i messaggi di chiusura mi coglievano ancora intenta a gironzolare fra gli stand che stavano iniziando a raccogliere i libri e a smontare tutto. Un poco malinconico ma affascinante. Così come trovo ancora emozionante entrare, come ieri, mentre fervono gli ultimi lavori e tutto sa ancora di colla e di vernici e c’è un casino pazzesco, che per miracolo la mattina dopo si trasformerà in ordine e pulizia. Continue reading

Vittoria (adesso l’ho letto)

Barbara Fiorio Vittoria

La fotomanzia esiste.
Togliamoci questa cosa, diciamola subito, e diciamo anche questa strana parola proprio nella prima frase.
Oh.
E adesso possiamo parlare del libro.
:)
Vittoria ha quarantasei anni, ha studiato grafica e per un po’ di anni ha fatto il mestiere per cui ha studiato. Poi come spesso accade le cose si sono un po’ ingarbugliate e ha perso il lavoro stabile, ma la cosa non l’ha eccessivamente preoccupata. Il resto della sua vita stava andando bene, aveva una relazione appagante, i soldi non erano un grosso problema, e anzi ne ha approfittato per esplorare nuovi confini, ha scattato delle belle foto che sono state notate e così ha firmato un paio di campagne pubblicitarie che sono tuttora ricordate come particolarmente riuscite. Ha un altro progetto fotografico sul punto di partire, anche se sta stentando un po’, ma non se ne preoccupa troppo, funziona così, non ci sono tempi certi. Sarà per il mese prossimo, di sicuro.
Poi però il suo compagno se ne va, lasciandola in un abisso di disperazione. E’ una roba squallidissima, non le dice Ciao io me ne vado, ma inscena un lento stillicidio di assenze sempre più lunghe e sempre meno giustificate, finché la rottura diventa palese.
Vittoria rischia di crollare sotto il peso del fallimento della sua vita sentimentale, e come spesso accade sembra che nulla vada più per il verso giusto, e si ritrova anche senza prospettive lavorative perché il progetto sempre sul punto di partire viene annullato. E comunque lei, in crisi, non riesce più a prendere la macchina fotografica in mano, le sembra di aver perso completamente la sensibilità per scattare.
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Vittoria – e ci aggiungo anche il punto esclamativo!

Giovedì 19 aprile è uscito il nuovo romanzo di Barbara Fiorio, Vittoria (Feltrinelli).
Barbara Fiorio è la prima scrittrice a cui ho chiesto l’amicizia su FB dopo aver letto un suo libro, vergognandomi come se fosse una cosa brutta fare la fan un po’ esaltata. Ancora adesso, quando lo faccio, cerco sempre una ragione, accompagno la richiesta con una sorta di motivazione, cerco di far capire che i libri di quell’autore io li ho letti davvero… Beh, con Barbara la motivazione era un po’ debolina, ho una gatta (la mia però è femmina) che si chiama Diesel. Nel suo Buona Fortuna, il primo che ho letto, c’era un gatto maschio di nome Diesel. C’è quasi sempre un gatto nei libri di Barbara, e ce ne sono due – attualmente – nella sua vita reale: Brodo e Giuggiola. Sembra che Brodo abbia preso male la notizia che l’editore aveva scelto un gatto-modello che neanche gli somiglia per la copertina del libro, ma tutti i suoi fans su FB si sono adoperati per consolarlo. Speriamo di averlo convinto.
Scoperto che nel tour promozionale di Vittoria non c’era una tappa torinese, o almeno non è prevista a breve, e che per la prima uscita, ovviamente a Genova, la spalla di Barbara sarebbe stata Alice Basso, beh, mi sono decisa: un giorno di ferie, uno sguardo alle previsioni del meteo e via, Genova è a un paio d’ore di treno, e la libreria abbastanza vicino alla stazione.
Poi mi sono persa, e l’abbastanza vicino ha perso parzialmente di significato, ma pazienza.
Perdendomi ho visto questa curiosa installazione e direi che ha ripagato la deviazione non prevista.

installazione ombrelli

Evviva le gite, anche se fino a mezzora prima di partire penso sempre a quali scuse potrei usare per non salire sul treno, mi faccio mille paranoie, e poi mi diverto.
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A volte anche il mio “fiuto” fallisce ;)

Scelgo la maggior parte dei libri che leggo in maniera molto istintiva.
Spesso basta una suggestione, l’immagine di copertina, una frase letta di sfuggita sfogliando a caso il libro… e non sbaglio quasi mai. Pennac annovera fra i diritti del lettore quello di mollare a metà un libro che non ci piace, ma è una cosa che mi dà terribilmente fastidio, e che non faccio quasi mai.
Stavolta mi ha salvato la brevità del testo… è brutto da dire, ma sono “solo” una novantina di pagine, dai, leggiamolo fino in fondo… e poi magari migliora!
Ahimè, no.
Di ansia qui ce n’è pochissima, praticamente solo quella, devastante, invalidante, patologica della madre della protagonista, raccontata nelle prime pagine. E sì, da brava ansiosa era quello che mi aveva attirato. Speravo in qualcosa di terapeutico, in qualche modo. Che leggere nero su bianco le ansie altrui potesse insegnarmi ad avere ragione delle mie, o almeno a conviverci più serenamente.
Dopo queste prime pagine passiamo al presente. La protagonista è una donna forte, affermata, famosa. Ha un marito strano e antipatico e una tribù di figli, un po’ suoi un po’ del marito e un po’ di entrambi. Con questo marito odioso ha frequenti scontri che si trascinano in lunghi periodi di silenzi e di assenze, una relazione veramente squallida e deprimente. E poi ecco la svolta, il tumore. Alla donna viene diagnosticato un cancro, finisce in ospedale (pardon, clinica privata) e all’operazione segue la solita trafila della chemioterapia.
Trovo fastidiosa questa idea, questo cliché, di attribuire alla scoperta di una malattia grave il potere della svolta: Lea vede in qualche modo la malattia come un’opportunità di cambiare ciò che non va nella sua vita, e io la trovo una stupidaggine, o forse un’idea che ti puoi permettere se appunto fra possibilità economiche più che buone e assicurazioni private puoi evitare il più possibile i gironi infernali della sanità pubblica. Lea diventa egoista, sembra che tutto le sia permesso perché è malata, e vive come sospesa nelle giornate che separano una chemio dall’altra. Conosce un giovane insegnante di inglese, molto più giovane di lei, e vi intrattiene una relazione bizzarra, sempre in bilico, lui è innamorato e vorrebbe che lei ricambiasse, lei a lungo sembra decisa a non tradire l’orribile marito, poi di nuovo ci pensa il destino a decidere con evento esterno che li obbliga a interrompere la loro quotidianità, quindi di fatto Lea non decide un bel niente neanche questa volta, si lascia trascinare, lascia che le cose accadano, fino all’epilogo (e almeno questo non ve lo svelo, ma è prevedibile).

Deludente, deludente, deludente.
Il libro si salva solo perché Daria Bignardi scrive davvero bene, è scorrevole, fluido, ma il fastidio che ho provato per i personaggi principali mi ha spinto diverse volte a meditare di abbandonare la lettura. E forse non sapere come va a finire sarebbe stato perfino meglio…

Manualmente di primavera

Manualmente 2018

Lo scorso weekend c’è stato Manualmente, l’edizione di primavera.
Una volta c’era solo in autunno, verso fine settembre, e io sbirciavo i manifesti sognando di saper fare un pupazzo come quello del logo dell’epoca:

(la prima edizione è credo del 2003, e le mie nozioni creative in fatto di cucito, maglia et similia erano molto scarse e molto impolverate)
Poi sono successe un po’ di cose, ho cambiato vita due o tre volte, e scoprire di saper fare cose con le mie mani mi ha aiutato a non sprofondare troppo nella crisi personale. Era il 2012 quando telefonai molto titubante a un numero stampato su un volantino che pubblicizzava un corso di cucito creativo e domandai “Ma posso venire anche se non so tenere un ago in mano?” Il volantino era di quella che ora si chiama La Fabbrica del Chinino, ed è stato uno dei luoghi-chiave della mia sopravvivenza durante un lungo periodo di disoccupazione. Ho imparato a cucire, o almeno ad aggiustarmi anche se le mie cuciture non sono perfette, a usare la macchina da cucire e soprattutto ho riscoperto i rapporti umani e la solidarietà. Sapevo usare l’uncinetto dai tempi della scuola elementare, e dall’uncinetto alla maglia il passo è stato breve. Oltre al cucito abbiamo organizzato un knit café, e poi ho imparato a destreggiarmi anche in altre attività creative. Dalla Fabbrica del Chinino mi sono allargata ad altri ritrovi, in parte con le stesse persone e in parte con altre. C’è stata una stagione in cui dovevo “incrociare” nel modo giusto gli impegni per far sì che si alternassero nelle settimane, visto che l’ubiquità non la posseggo ancora! E poi ho trovato un nuovo lavoro, anche se è comunque precario, ma la passione per le arti creative non è venuta meno, anche se ho dovuto ridimensionare la quantità e la logistica degli impegni.

Manualmente 2018
Manualmente 2018

Così, dopo diversi passaggi a Manualmente come visitatore, e un’edizione fatta dall’interno con Libri Letti ai Ferri, venerdì scorso ci sono tornata con le amiche a fare un giro.
Negli anni ho visto andare e venire le mode, aumentare e diminuire gli stand dedicati a questo o quell’hobby…
Quest’edizione mi è parsa un poco in tono minore, gente ce n’era sempre tanta, abbiamo fatto un bel po’ di coda per entrare, ma il padiglione era utilizzato solo in parte, e la zona più periferica era chiusa con transenne e pannelli che facevano sembrare lo spazio più piccolo, come si fa a teatro quando non sono stati venduti tutti i biglietti. Di filati, lane, cotoni e chi più ne ha più ne metta c’erano i soliti stand, pochi, e senza particolari novità. C’erano un sacco di bottoni (e infatti le mie amiche ne hanno comperati in quantità!) che in effetti possono essere usati non solo per il cucito. Anche per l’altra mia attuale passione, la cartoleria e la decorazione su carta non c’era nulla di particolarmente memorabile. Mancava anche lo stand dell’ASI dove a settembre scorso avevo seguito un’interessante dimostrazione.
L’impressione, per quel che mi riguarda, è che l’edizione forte sia quella autunnale, e quella di aprile sia un’aggiunta dettata forse da esigenze commerciali, ma meno sentita.

Si apre un periodo letterario impegnativo…

Dovrei avere tutto il giorno a disposizione per leggere!
A metà marzo è uscito il nuovo giallo del mio ex medico di base e devo ancora iniziarlo. Ho letto la quarta di copertina (possiamo ancora chiamarla così? è un ebook…) e mi ha incuriosito molto, forse anche perché in maniera del tutto indipendente ho in testa un’idea vagamente simile e sto cercando di trovare il tempo e l’ispirazione giusta per provare a scrivere qualcosa.
Gli altri tre gialli usciti sempre per l’editore EEE mi sono piaciuti, quindi si prosegue!
Mario Nejrotti Guardati le spalle EEE
(il link si riferisce allo store da cui abitualmente acquisto gli ebook, ma si trova anche altrove, Amazon compreso)

Restando in ordine strettamente temporale, a metà marzo è uscito anche il libro nuovo di Alicia Gimenez Bartlett. Ho amato molto Petra Delicado e sono sicura che mi farebbe piacere incontrarla di nuovo. Prima o poi recupero, spero.
Alicia Gimenez Bartlett Mio caro serial killer Sellerio
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Evviva, è arrivato il corriere!

Ho fatto un acquisto dal sito www.lanaonline.it per il mio prossimo lavoro a maglia.
Sono stati rapidi e la spedizione ha i costi fra i più bassi fra i siti che ho consultato.
E nel pacchetto, anche se un po’ stropicciata (mettono i gomitoli sottovuoto per risparmiare ingombro) c’era questa lettera che ho fotografato, col cuoricino di feltro.
Una stupidaggine, ma carina, mi ha fatto piacere :) Piccole coccole al cliente, bravi.

(Col filato, Poema di Laines du Nord, voglio farci un altro Marzolino, il primo è quasi finito!)

Knit antistress

Marzolino

Io non amo particolarmente i weekend (e sopratutto le domeniche) in cui non ho nessun programma. E’ vero che da quando ho un lavoro che mi costringe ad alzarmi a orari innaturali per i miei bioritmi la domenica è diventata l’occasione per recuperare un po’ e reggere alla settimana successiva, però continuo a patire un po’ questi pomeriggi vuoti e solitari. Oggi poi piove, è grigio e non fa venire voglia di uscire (anche se riempire un po’ il frigo sarebbe una buona cosa…), la gatta dorme nascosta in uno dei suoi rifugi e io… sferruzzo.
Ho preso i ferri in mano due o tre anni fa.
Da ragazzina lavoravo con l’uncinetto, avevo imparato a scuola, mi era piaciuto e ogni tanto facevo qualcosa, andando un po’ a occhio e aggiustandomi dove non sapevo. L’uncinetto è più amichevole dei ferri, lo penso anche adesso, che tutto sommato preferisco i ferri. L’uncinetto è “semplice”, hai una maglia sola per volta, non puoi perderla, se sbagli tiri il filo e riprendi senza problemi. Coi ferri avevo avuto qualche timido approccio, molto timido. La zia Gianna, sorella di mia nonna paterna, era bravissima e paziente e mi piaceva molto, ma è morta quando io avevo appena nove anni e non ho fatto in tempo a imparare. Sapevo fare dritto, rovescio molto meno, e qualcuno doveva montarmi le maglie e chiudermi il lavoro. Insomma, un disastro.
Beh, in fondo è andata bene: quando ho (ri)scoperto i ferri, non sapendo fare praticamente nulla e non toccandoli da trent’anni o quasi, ho trovato più facile abituarmi ai comodissimi circolari e a usare la sinistra per tenere il filo, non avevo preconcetti né gesti automatici da correggere. Lavorare trovandosi con le amiche, fra una tazza di caffè e una chiacchiera, magari anche con uno o due cagnolini che fanno da mascotte, è terapeutico.

Oggi niente amiche e niente cagnolini, ma un progetto tutto nuovo, lo scialle Marzolino che Elena Grecchi mi ha affidato in anteprima. Non ho mai fatto da (quasi)tester!
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