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Ed eccolo qui.
E’ il compito per il corso.
Dovevo scrivere due cartelle descrivendo il protagonista del mio racconto.
Due cartelle sono 3600 caratteri, dopo vari tagli e ansie varie sono arrivata a poco più di 5000.

E’ stato comico sentire il “maestro” commentare che era il suo primo fantasy… e anche un po’ imbarazzante! Molti degli altri partecipanti non avevano neppure capito che era fantasy.
Mi è stato criticato l’eccesso di riflessione e ora debbo rielabolarlo cercando di metterci più azione.
Buffo, visto che mi sono sforzata di scriverlo così, pensando che fosse il modo giusto! Solitamente scrivo in maniera più diretta, con molti più dialoghi e inserire descrizioni è una vera fonte di ansia.
Vabbè. Basta!
Ecco qui la versione portata ieri a lezione:

“Satilyn! In cucina!”
la voce severa di mio padre mi raggiunge giusto mentre sto pensando che forse riuscirò a sedermi un attimo a riposare.
Solo lui mi chiama così, col nome completo, per tutti gli altri sono semplicemente Sati.
Sospiro e vado a prendere i piatti da portare in sala, i tavoli sono tutti occupati e ad un gruppo di persone è stato detto di tornare più tardi, perchè non c’era più posto dove sistemarli, e siccome l’altra locanda è nelle stesse condizioni, torneranno. Da noi oltretutto si mangia meglio, e non lo dico di certo perchè mio padre è il proprietario.
Io odio questo posto.
Sono due anni che sto progettando la mia fuga, che sto risparmiando ogni monetina e finalmente è arrivato il momento.
La festa di fine estate è la mia grande occasione: è l’unico momento dell’anno in cui questo buco di paese si riempie di gente, arrivano anche dei cantastorie da lontano, e io voglio andare via con loro.
Questa volta poi la festa è in tono ancora maggiore: la figlia del podestà, Oleandra, si sposa domani, e sono arrivate decine di invitati da tutta la regione.
Oleandra ha la mia stessa età, 16 anni, e si sposa… mi sembra una cosa assurda. Abbiamo la stessa età, ma a parte questo, null’altro in comune. Lei è nobile, è bella, ha i capelli e gli occhi scuri, io sono solo la figlia del locandiere e ho ereditato da mia madre i suoi stessi colori slavati, capelli biondo chiarissimo e occhi azzurri.
Io non voglio sposarmi, mai, e questo è uno dei motivi per cui voglio scappare. Mio padre l’anno passato ha iniziato a parlare dell’argomento, proponendomi un giovanotto che secondo lui sarebbe stato perfetto per me. Io ho cercato di prendere tempo e ho fatto qualche indagine per conto mio. Ho scoperto facilmente che è il figlio di un fornitore abituale della locanda. Anche se mio padre ha fatto il possibile per impedirmi di studiare, non sono mica stupida: è evidente che ha degli interessi in questa faccenda, perciò ho deciso che avrei comunque rifiutato, anche se il ragazzo in questione mi fosse piaciuto. Ovviamente il mio rifiuto ha peggiorato i rapporti già tesi che ci sono in famiglia.
Ho quattro sorelle, tutte parecchio più grandi. Mio padre voleva un maschio, ed evidentemente hanno continuato a provare. Poi siamo arrivati noi, due gemelli, e mia madre è quasi morta di parto.
Almeno è arrivato il tanto sospirato figlio maschio.
S’var è nato dopo di me, e anche lui s’è salvato per un pelo, anzi, credevano fosse morto. Poi però ha respirato, ma è sempre rimasto cagionevole di salute.
Mio padre voleva così tanto questo figlio maschio che aveva pensato al nome solo per lui, anche se la levatrice del villaggio aveva già detto che era certa che fossero due gemelli. Forse lui sperava in due maschi in un colpo solo… sta di fatto che ho ricevuto questo strano nome, Satilyn, che è una specie di tentativo di rendere accettabile per una donna il nome che aveva scelto. Il nome completo di S’var è Sativar. Sativar Asod, suona bene, no? Un giorno sarà il padrone della locanda.
Dovrei essere gelosa di mio fratello, e invece lo amo più della mia stessa vita, farei qualunque cosa per lui.
L’ho sempre protetto e difeso, sono più forte e più sveglia di lui, e lui è sempre stato lieto di questo mio atteggiamento. S’var ha studiato, sa scrivere e leggere e far di conto. Un po’ anche io, in effetti, perchè mi ha insegnato lui di nascosto, lui e il mio amico HenLi.
HenLi è il figlio del farmacista, mastro Rupert, ha due anni più di me e siamo cresciuti insieme. Ha perso la mamma quand’era molto piccolo e mia madre si è sempre occupata un po’ di lui. Forse prima del nostro arrivo ha riversato su di lui tutto l’amore che serbava per il sospirato figlio maschio… ma devo dire che anche dopo l’ha sempre trattato benissimo, e ospitato spesso.
HenLi è un bel ragazzo, ha degli occhi grigi profondi e intelligenti, però è un po’ strano. Mastro Rupert ha cercato di insegnargli il mestiere, ma lui non credo abbia mai ascoltato troppo… interessano più me che lui le lezioni di suo padre! Eppure è bravo, e ha studiato per conto suo le erbe e le misture che prepara. Spesso mi tocca fargli da “cavia” e provare i frutti del suo lavoro: gli piace inventare profumi. Purtroppo qui nel paese non credo possa avere un futuro, quel che serve è un bravo erborista che sappia curare le malattie, dei profumi le nostre donne non credo che sappiano cosa farsene. Ma io so perché HenLi fa così. Lui sperava di conquistare Oleandra, credo che abbia provato diverse volte a farle arrivare i suoi regali, ma a giudicare dall’aria delusa dopo questi tentativi, immagino che non sia mai riuscito nel suo intento. Ultimamente poi è sempre così triste, all’idea del matrimonio. A me dispiace vederlo depresso, ma era così ovvio! Insomma, Oleandra è la figlia del podestà, e noi siamo dei poveri sudditi che non contano nulla. Non so neppure se si siano mai parlati… è probabile che lei neppure sappia dell’esistenza di HenLi.
Dovrebbe andare in città, lì apprezzerebbero le sue doti.
Mi piacerebbe se scappasse con me, almeno non sarei sola, ci potremmo aiutare a vicenda.



feb

2

2012


Bellissimo questo piccolo libro della Margaret Mazzantini, una scrittrice che mi è sempre piaciuta molto. Ero preoccupata dopo il recente Nessuno si salva da solo, che mi aveva lasciato perplessa. Avevo ammirato la capacità camaleontica di immedesimarsi nei due sventurati personaggi, di usare il linguaggio di due poveracci, ma il tutto m’era sembrato un po’ troppo un esercizio stilistico.
Quando ho letto dell’uscita di Mare al mattino ho temuto. Troppo presto e troppo “instant book”… avevo un po’ paura.
Ci ho messo parecchio a decidermi, e alla fine ho lasciato che la mamma facesse da apripista.
E invece… bellissimo. Non so che altro dire. Delicato eppure mai retorico. Da leggere!



feb

2

2012

XXI


In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno” disse la volpe
“Buon giorno” rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi. Ma non vide nessuno.
“Sono qui” disse la voce “sotto al melo…”
“Chi sei?” domandò il piccolo principe “sei molto carino…”
“Sono una volpe” disse la volpe.
“Vieni a giocare con me” le propose il piccolo principe “sono così triste…”
“Non posso giocare con te” disse la volpe “Non sono addomesticata”.
“Ah! Scusa” fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuole dire addomesticare?”
“Non sei di queste parti, tu” disse la volpe. “Che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini” disse il piccolo principe “Che cosa vuol dire addomesticare?”
“Gli uomini hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No” disse il piccolo principe “Cerco degli uomini. Che cosa vuol dire addomesticare?”
“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami
“Creare dei legami?”
“Certo” disse la volpe “Tu, fino ad ora, per me non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”
“Comincio a capire” disse il piccolo principe “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“E’ possibile” disse la volpe “Capita di tutto sulla Terra”
“Oh! Non è sulla Terra”
La volpe sembrò perplessa:
“Su un altro pianeta?”
“Sì”
“Ci sono cacciatori su questo pianeta?”
“No”
“Questo mi interessa! E delle galline?”
“No”
“Non c’è niente di perfetto” sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù in fondo dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe.
“Per favore, addomesticami” disse.
“Volentieri” disse il piccolo principe “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano” disse la volpe “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!”
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe
“Bisogna essere molto pazienti” rispose la volpe “In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”
Il piccolo principe tornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora” disse la volpe “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… ci vogliono i riti”
“Che cos’è un rito?” chiese il piccolo principe
“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata” disse la volpe “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito per esempio presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe “…piangerò”
“La colpa è tua” disse il piccolo principe “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..”
“E’ vero” disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe
“E’ certo” disse la volpe
“E allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno” disse la volpe “il colore del grano”
Poi soggiunse:
“Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto”
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente” disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo”
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote” disse ancora “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiato. Perchè è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparato col paravento. Perchè è su di lei che ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa”
E ritornò dalla volpa.
“Addio” disse.
“Addio” disse la volpe “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”
L’essenziale è invisibile agli occhi” ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”
“E’ il tempo che io ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”



gen

29

2012


- Be’, sì… gliel’ho detto… la mia collezioncina di vetro.
- Non capisco bene, ho paura. Che vetro è?
- Oggettini, ornamenti più che altro. Quasi tutti animaletti di vetro, le bestioline più piccine che esistano. Mamma lo chiama lo zoo di vetro. Ora gliene faccio vedere uno, se vuole. Questo è uno dei vecchioni. Ha quasi tredici anni. Oh, attento, non fiati se no si rompe.
- Meglio non toccarlo. Non ho le mani delicate.
- Su, tenga, glielo affido! Che bravo, vede che lo sa tenere. Lo alzi alla luce, lui ama la luce. Vede alla luce come risplende tutto?
- E’ vero, risplende.
- Farò male ad essere parziale, ma per lui ho un debole.
- E questo cosa dovrebbe essere?
- Non ha notato il corno sulla fronte?
- Un unicorno?
- Sì
- Gli unicorni non sono spariti nei tempi moderni?
- Si sa!
- Poverino, lui così solo, gli verrà la malinconia.
- Non si lamenta mica, però. Sta lì sulla scansia con quel cavallino senza corna e vanno tutti quanti d’accordo.
- Che ne sa lei?
- Non li ho mai sentiti litigare.
- Non litigano, eh? Allora siamo tranquilli. Dove lo lasciamo adesso?
- Lo metta sulla tavola. Ogni tanto gli piace cambiare paesaggio.
(…)

- La musica da dove viene?
- Dal dancing Paradiso, lì in faccia.
- Se facessimo quattro salti, signorina Wingfield?
- Oh, io…
- O il suo canet è già pieno? Mi lasci dare un’occhiata… Per carità, tutti i balli occupati! Non mi resta che cancellarne qualcuno. Aah, un valzer.
- Non so ballare!
- Ricominciamo col pallino dell’inferiorità?
- Non ho mai ballato in vita mia.
- Avanti, provi.
- Ma le pesto i piedi
- Non sono mica di vetro.
- Come… come si fa?
- Non ci pensi, sollevi un poco le braccia.
- Così?
- Ancora un po’. Eccoci. Adesso non si irrigidisca, questo è il segreto… si abbandoni!
- Che fatica che faccio!
- Va bene.
- Non riuscirà neanche a smuovermi, ho paura.
- Quando scommettiamo che ci riesco?
- Oh, Dio, sì che ci riesco, ci riesco!
- Lasciarsi andare, Laura, niente altro; nient’altro che lasciarsi andare.

(…)

- Cosa abbiamo urtato?
- La tavola.
- E’ caduta qualche cosa, mi pare?
- Sì…
- Non era mica il cavallino di vetro col corno?
- Sì
- Oh! Si è rotto?
- Adesso è un cavallino come tutti gli altri.
- Ha perduto il suo…?
- Corno. Non fa niente. Forse non tutto il male…
- Non mi potrà mai perdonare. Per lei era il più caro di tutti, scommetto.
- Oh, non ho molte predilezioni. Non è tragico. Non è nulla. Il vetro si rompe così facilmente. Per quante precauzioni si prendano. Il traffico della strada fa tremare gli scaffali e ogni tanto ne cade uno.
- Pure sono desolato che sia stato per colpa mia.
- Penserà che abbia avuto un’operazione. Gli han levato il corno così si sente meno… eccentrico. Si sentirà più in famiglia adesso con tutti gli altri cavallini, quelli che non hanno il corno.



gen

28

2012


Devo scrivere due pagine descrivendo il/la protagonista della mia storia.
Sembra facile, no?
Dopo lunghe incertezze, ho deciso di andare dritta per la mia strada e ho scelto di rimaneggiare il background di Sati che sto giocando con Max il mercoledì. Ho “alleggerito” un poco l’ambientazione fantasy, vedremo se è il caso di fare altre modifiche. Per il momento ho lasciato la prima persona e una forma molto diretta di racconto.
La cosa comica è che ho scritto un po’ più di una pagina e l’unico dato descrittivo puro che ho inserito è la sua età. Descrivere fisicamente un personaggio, per quanto io sappia esattamente com’è fatta, mi risulta difficilissimo.
Sarà una lunga domenica…
Ah, per i curiosi… questa è lei:




E’ iniziato il corso alla Trebisonda.
E si sta già rivelando emotivamente molto impegnativo. Non ho idea se riuscirò a leggere il mio pezzo agli altri… (ah già, piccolo dettaglio: prima devo riuscire a scriverlo in tempo!)
Nel primo incontro abbiamo letto e commentato dei racconti “illustri”. Ammetto che mi erano del tutto sconosciuti, non ho mai amato eccessivamente la forma del racconto. Il primo era Hemingway. Ricordo con affetto la lettura de Il vecchio e il mare, ma questo racconto non m’è piaciuto, ho trovato lo stile molto faticoso, pieno di ripetizioni che avevo voglia di segnare! Il secondo era di Carver, e non è andata molto meglio. Anche qui uno stile “strano” e al mio orecchio dissonante, una storia cupa e disturbante.
Infine, ma non in classe, il racconto di Annie Proulx da cui suppongo sia tratta la storia di Brokeback Mountain. Non ho visto il film, per la cronaca. Questo racconto m’è piaciuto un po’ di più degli altri. Triste e senza lieto fine anche questo. Ma almeno con una bellissima frase conclusiva!

Restava uno spazio vuoto tra ciò che sapeva e ciò che voleva credere, ma non ci poteva far niente, e se non la puoi risolvere devi prenderla così com’è.

(la vita?)



gen

27

2012


Stasera sono stata a teatro, a vedere Lo zoo di vetro.
Scelta non mia nell’ambito dell’abbonamento, non ne sapevo assolutamente nulla, lo ammetto.
Fulvio prima che iniziasse mi ha raccontato del film che ne era stato tratto, e io ho pensato che lo avesse visto. Perciò alla fine ero molto perplessa. Cioè, tu mi porti a vedere una roba così e non mi prepari in nessun modo? Ma allora proprio non mi conosci per nulla!
Poi invece ha detto di non averlo mai visto, e di sapere solo che era stato adattato per il cinema. E non ha capito il mio commento, s’è domandato stupito perchè dicevo quelle cose.
E forse è più grave. Ok, non lo avevi visto, quindi non potevi sapere.
Ma adesso lo abbiamo visto insieme, hai ascoltato quello che hanno detto… e ancora non capisci?
Piangere in pubblico è una di quelle debolezze che non mi concedo mai, e in teatro è anche peggio che al cinema. Ma a quanto sembra sono stata abbastanza discreta anche stavolta, e lui distratto come al solito.




L’unica consolazione è che non l’ho comprato….
Volete leggere un libro inutile? Siete come me curiose di capire perchè mai ‘sta roba abbia venduto tanto? Prego, accomodatevi…
(parlo al femminile perchè escludo che un uomo possa essere attirato da questo titolo)

Un regalo da Tiffany di Melissa Hill (Newton Compton) è uno dei peggiori libri che abbia letto ultimamente.
Come dicevo, per fortuna almeno non l’ho comprato. L’ho visto in libreria a casa di mia cugina e me lo sono fatto prestare. Volevo una lettura leggera, ed ero curiosa di sapere cos’avesse di speciale questo libro che ha venduto tanto.
Bene, l’ho capito. Edizione cartonata, ben rilegata, un libro “che fa bella figura” e un prezzo incredibilmente basso: solo 9,90 di copertina. Che col 15% di tanti supermercati fa meno di otto euro e mezzo.
E’ stata dura arrivare alla fine di questa storia melensa, insensata e spaventosamente scontata. Vi dico solo che attorno a pagina 50 avevo capito come andava a finire e quale sarebbe stata la coppia “in uscita” dopo le oltre 400 pagine del polpettone. In mezzo una girandola di colpi di scena, troppi, e nello stesso tempo una trama che ristagna in una maniera allucinante.
La premessa poteva anche non essere male: la vigilia di Natale due uomini entrano da Tiffany, fanno due acquisti completamente diversi, poi il caso ci mette lo zampino e i pacchetti vengono scambiati. Le vite dei due poveretti (in senso stretto… un eccessivamente buono, sfigato e inspiegabilmente ricco giovane professore e un fastidiosissimo esemplare di maschio decerebrato, si poteva scegliere qualcosa di meno scontato?) e delle loro altrettanto incredibili – nel senso di non credibili – fidanzate vengono sconvolte.
Seguono circa 380 pagine di assurde peripezie da parte del primo per recuperare il legittimo pacchetto.
All’ultimo scarno capitolo il compito di rivelare come le coppie si sono rimescolate dopo la scoperta non solo dello scambio di confezioni regalo ma anche di una serie non meno assurda di tradimenti e sotterfugi.

Buono, se proprio non potete farne a meno, per pareggiare le gambe del tavolo. Anzi, nemmeno per quello. 416 pagine e la copertina cartonata lo rendono davvero troppo spesso anche per questo compito….




Ed ecco il primo libro dell’anno nuovo. Veramente l’ho finito da qualche giorno, ma non ho avuto tempo di scrivere. E sto leggendo troppe cose insieme, per cui finisco il primo libro dopo un sacco di giorni dall’inizio dell’anno! (Uno degli altri in lettura è il bello ma lunghissimo La via dei Re di Brandon Sanderson! non posso portarmelo in giro perchè è troppo spesso)

In realtà varrebbe per tre, questo libro… Trilogia del BarLume come suggerisce il titolo è una raccolta dei tre romanzi (piuttosto brevi, in effetti) pubblicati da Sellerio tra il 2007 e il 2010 con gli stessi protagonisti: il bar(r)ista Massimo e i vecchietti terribili Ampelio, Rimediotti, Aldo e Del Tacca.
Massimo, matematico frustrato nelle sue ambizioni accademiche, ha vinto una discreta somma al Totocalcio e ha aperto il BarLume che gestisce con piglio molto personale insieme all’aiutante Tiziana, particolarmente apprezzata per le sue forme procaci. Frequentatori abituali del bar, quasi parti dell’arredamento, sono il nonno di Massimo, Ampelio, e gli altri tre anziani ed arzilli amici.
In tutti e tre i romanzi a Pineta, l’immaginario paesino marittimo toscano in cui le storie sono ambientate, accade un delitto e Massimo si trova più o meno suo malgrado invischiato nelle indagini. E poichè chi rappresenta l’autorità non sembra essere stato baciato troppo dall’intelligenza e dalla prontezza di spirito, Massimo e i suoi vecchietti, instancabili raccoglitori di dettagli apparentemente insignificanti, finiscono per dover sbrogliare il caso.
Il clichè è piuttosto simile nel primo e nel secondo romanzo, mentre nel terzo viene introdotta una variante.
Ma in fondo non è importante la trama, o almeno non così tanto. Quello che dà veramente gusto al tutto è la caratterizzazione dei personaggi, i dialoghi in dialetto toscano a volte ai limiti del comprensibile, le gag dei vecchietti.
Una lettura davvero gustosa e divertente, consigliatissima!



gen

19

2012


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